Pensiero scomposto

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Katia Dilella
Milanese, classe 1975, Katia Dilella indaga da sempre il tema dell’attesa. È questa a scandire il ritmo contemplativo delle opere che gravitano su una strada deserta, una sedia vuota, una cabina telefonica in disuso o i sedili consumati di un autobus. Questi brani di un paesaggio interiore mai abbastanza consunto ritraggono un’umanità sui generis, perennemente di passaggio. A queste opere fanno contrappunto i lavori nei quali l’attesa senza ne, il racconto e le possibilità di riscriverlo incontrano la forma della lingua. L’artista scrive racconti e poesie, senza un lo di lettura, con chine sottili e matite nissime, che determinano toni e sfumature. Impossibile la lettura, aperta l’interpretazione. Ha esposto in numerose personali e collettive, tra le più recenti: Segni e racconti, a cura di S. Agliotti (personale alla galleria Gli Eroici Furori, Milano, 2006), Tracce Urbane (Milano, 2009), la Biennale di Mantova (2009) e Percorsi visivi alla Galleria Tornabuoni (Firenze, 2011).

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Milanese, classe 1975, Katia Dilella indaga da sempre il tema dell’attesa. È questa a scandire il ritmo contemplativo delle opere che gravitano su una strada deserta, una sedia vuota, una cabina telefonica in disuso o i sedili consumati di un autobus. Questi brani di un paesaggio interiore mai abbastanza consunto ritraggono un’umanità sui generis, perennemente di passaggio. A queste opere fanno contrappunto i lavori nei quali l’attesa senza ne, il racconto e le possibilità di riscriverlo incontrano la forma della lingua. L’artista scrive racconti e poesie, senza un lo di lettura, con chine sottili e matite nissime, che determinano toni e sfumature. Impossibile la lettura, aperta l’interpretazione. Ha esposto in numerose personali e collettive, tra le più recenti: Segni e racconti, a cura di S. Agliotti (personale alla galleria Gli Eroici Furori, Milano, 2006), Tracce Urbane (Milano, 2009), la Biennale di Mantova (2009) e Percorsi visivi alla Galleria Tornabuoni (Firenze, 2011).

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